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LA SOSPENSIONE TEMPORANEA DEI PENSIERI

Per aiutare le persone a capire il potere che le nostre emozioni e il cervello hanno su tutto il resto del corpo e delle sue funzioni uso la metafora della “sospensione temporanea dei pensieri”.
Prendiamo un campione di persone con problemi di salute. Per semplicità immaginiamo di prenderne dieci di persone ciascuna col suo mal di pancia, mal di testa o dolori. Ma prendiamo chi soffre da tempo e non trova facili soluzioni, i dolori semplici non ci interessano in questo esempio.
Immaginiamo di possedere uno strumento tecnologicamente sofisticato che riesca, senza creare alcun danno a liberare la mente di queste persone da tutte le loro principali “paturnie”.
Una macchina del genere credo non esista e quindi quello che proviamo insieme è un esercizio di pura immaginazione e quindi via le paure, le preoccupazioni, i pensieri bui e ricorrenti, via tutto e lasciamo solo ciò che serve a condurre una vita normale, senza lì cambiare nulla.
Stacchiamo realmente la spina, in senso buono ovviamente. Queste persone sono pertanto libere di fare tutto ciò che vogliono senza restrizioni.
Immagino le stesse dieci persone dopo 15 giorni di questa pulizia emozionale profonda e cerco di visualizzarle sul come possano sentirsi, se meglio o peggio di prima. Hanno potuto mangiare e bere tutto ciò che hanno desiderato. Pensate che qualcuno di costoro abbia esagerato con dolciumi, o alcolici o fumo a qualsiasi altro genere voluttuario?
Avranno più mal di testa, di pancia o di schiena rispetto a prima dell’esperimento o percepiranno meno sintomi….
Non vi do per il momento la mia ipotesi, lascio che ci possiate ragionare con calma.

LA FOTOCOPIA

Importante non guardare al passato e neanche così troppo al futuro perché sono cose che non esistono.
O meglio, il passato è esistito e non c’è più per fortuna o purtroppo, ma frequentemente quello che abbiamo vissuto porta dei ricordi e potremmo vivere di “fotocopie”.
Cosa vuol dire vivere di “fotocopie”? Anna ha vissuto un momento difficile quando a 15 anni si è perdutamente innamorata di un ragazzo poco più grande, uno di quegli innamoramenti struggenti e totali che sono tipici dell’adolescenza. Lei desiderava ardentemente stare con lui ma attendeva il momento giusto per esprimere i suoi sentimenti, dato che lo vedeva ma non lo frequentava, né si parlavano e quindi tutto questo struggimento si svolgeva nella sua testa. Purtroppo questo ragazzo, totalmente ignaro dei sentimenti di Anna, pochi giorni dopo appariva abbracciato ad un’altra.
Anna è caduta in uno sconforto molto profondo, con nausea e vomito e un forte stato di malessere generale che hanno condotto i genitori a farle fare degli esami, non comprendendo se non dopo un po’ di tempo che i malesseri erano vere e proprie manifestazioni di “mal d’amore”.
Quindi Anna ha subito quello che potremmo definire un rifiuto, tutto nella sua testa ovviamente, ma si è lambiccata a lungo sul fatto di non essere bella o piacevole o desiderabile.
Indovinate un po’ dove si è somatizzato il suo malessere… e se avete pensato al ciclo o alla sindrome premestruale avete fatto Bingo! Tutto lì, infatti lei viene in visita proprio per i suoi importanti disordini e dolori prima del ciclo, più precisamente dall’ovulazione in poi, che ovviamente le rendono non facile la vita per quasi metà mese, ormai da parecchi anni.
Questo è vivere di fotocopie, lei vive costantemente in quel rifiuto che il suo cervello ha memorizzato con tanta efficienza e che si presenta come fotocopiato ogni mese, un ricordo che qualcuno potrebbe anche definire congelato e che adesso lei e io dobbiamo impegnarci a risolvere.

ALCUNE VOLTE LA COSA MIGLIORE È NON FARE NIENTE

Filippo sta affrontando un momento complesso della sua vita lavorativa, ha un ruolo di responsabilità in un’azienda e gli sembra che come talvolta accade, tutti facciano tutto, tranne che occuparsi degnamente del loro lavoro.
Il suo lavoro gli piace molto, è un giovane brillante e gli piace che le cose filino nel modo giusto anche perché deve interfacciarsi con realtà internazionali piuttosto impegnative.
Si è inserito bene, lavora in questa realtà da cinque anni ma sente un forte carico di responsabilità e mi racconta che passa tutta la giornata a inseguire e tentare di risolvere problemi.
Insomma, sta seriamente pensando di cambiare. Ma guadagna bene, si è inserito degnamente, non per ultimo “tiene famiglia” e sente anche il peso di tutte queste responsabilità e vantaggi e quindi, come sovente accade, si sta lambiccando sulle possibili opzioni che si possono prospettare.
E quindi sta andando “sotto stress”. Si lamenta che fatica a stare appresso alle sue mansioni e sta anche iniziando a somatizzare tutti questi pensieri sullo stomaco e sull’intestino.
Devi smettere di preoccuparti così intensamente, ributtati sul presente, ritorna nei ranghi e nel fluire delle cose, rimettiti per poco tempo al centro del fiume, fatti trasportare dalla corrente e recupera energie, solo così avrai la lucidità necessaria per prendere una decisione oggettiva e reale.
Ecco perché talvolta, quando le opzioni sono parecchie, la sola cosa da fare è non fare niente, per un tempo limitato, nell’attesa vigile ovviamente, che giungano veri segnali per il cambiamento.

L’ORSO INCOMPRESO – PT.2 –

Tutti gli umani amano stare in compagnia, è una inconfutabile legge sociale: già dal momento della nascita entriamo nella società più piccola e potente che esista che si chiama famiglia e quindi già dal primo minuto di vita interagiamo con il mondo: poi i gruppi di umani all’interno dei quali vivremo e agiremo diventeranno sempre più grandi e variegati.

RICOLORARE COL SORRISO

La settimana è finita e la nostra serata con amici o famiglia ci aspetta…ma qualche nuvolone di un problema sul lavoro si profila all’orizzonte.
La serenità svanisce e questa situazione vi riporta a un contesto sociale e lavorativo all’interno del quale, da un po’ di tempo, non vi sentite accolti o rappresentati.

Il sorriso vero, quello sincero, fatica da tempo a comparire sul viso e non si riesce più a prendersi alla leggera, ad essere autoironici quel tanto che occorre e qui sottolineo che l’incapacità a ridere di sé stessi è decisamente uno dei primi segni di malessere emotivo e di stress.
Dovremmo ridere dei nostri difetti, solo così li accogliamo davvero e possiamo migliorarci, sorridendo alle nostre mancanze accogliamo e accettiamo noi stessi e chi ci circonda e diventiamo meno aggressivi.
Mi vengono in mente le persone che non possiedono nulla ma sorridono anche quando la sopravvivenza è a rischio. Non vi è dubbio che in queste persone è la vita stessa che sorride, sono tutte le cellule contente di essere vive che comunicano la loro gioia trasformando i segnali biochimici in risposte muscolari che esprimono la speranza che le cose possano migliorare.

Ripensando alla nostra situazione sul lavoro, proviamo a rivederla in una luce diversa, impariamo a cogliere i lati comici e divertenti e ricoloriamo con un sorriso i giorni meno luminosi. Tranquilli, ci vuole un po’ di allenamento ma si può fare, coltivando la grande arte dell’autoironia.

LA ZEBRA CHE FUGGE DAL LEONE – PT.3 –

Questo benedetto animale in fuga è un esempio davvero fantastico, poiché offre una serie di possibili esempi di adattamento al pericolo e all’emergenza, che poi ritroviamo nella vita di tutti i giorni.
Quando scappi, fuggi o sei di corsa, gli occhi di solito guardano avanti per trovare tutte le possibili soluzioni di fuga o per tenere lo sguardo fisso sulla cosiddetta “preda” che è poi il tuo obiettivo da raggiungere.
Che può essere terminare un lavoro impegnativo che speri ti darà la meritata soddisfazione, oppure quando sei impegnato/a in un compito difficile o stai studiando come tirarti fuori da un guaio.
Quindi se hai lo sguardo fisso sull’obiettivo, cosa puoi mai vedere del mondo che ti circonda, se non solo frammenti? Fatichi allora a comprendere il bello che ti circonda, anche gli affetti e le emozioni si stemperano e impallidiscono e il paesaggio sembra coinvolgerti poco.
Lo sguardo, che normalmente si posa sereno sulla persona che hai accanto e che ti accompagna sentimentalmente, diventa sempre meno sereno e col tempo, con buona probabilità, meno interessato.
Ci trasformiamo in distratti e confusi.
Poi qualcuno, purtroppo sempre più spesso, mi racconta di non aver più fantasia nel rapporto con la compagna o il compagno: i sentimenti si sciacquano e perdono quel calore che dovrebbe caratterizzarli.
Ci credo: uno degli adattamenti più interessanti nell’animale che fugge e parimenti nell’umano che si stressa è proprio il calo del desiderio, perché una zebra che scappa da un leone non è assolutamente necessario, anzi sarebbe controproducente, che fosse eccitata sessualmente!

LA ZEBRA CHE FUGGE DAL LEONE – PT.2 –

Rimanendo in tema di animali che fuggono vediamo alcuni aggiustamenti che avvengono nel corpo di un animale (noi) che fugge da un leone (compagno, compagna, lavoro, impegni ecc).

Normalmente un animale in corsa blocca i processi digestivi perché è inutile e dispendioso continuare un processo digestivo mentre si è in fuga: ecco perché quando siamo sotto stress (quindi come se fossimo in fuga) potremmo sperimentare qualche bel problema digestivo, magari con un accenno di nausea o di sensazione di “boccone sullo stomaco”.
Non è difficile immaginare una situazione di questo tipo: provate a correre dopo aver mangiato a pranzo, con grande probabilità la pizza vi si rivolta nello stomaco. Ora è più chiaro il motivo per il quale sempre più persone devono fare uno spuntino leggero a pranzo.

Purtroppo, non abbiamo la possibilità di farci una bella pennichella dopopranzo (o almeno non tutti). No, dobbiamo tornare a essere efficienti e produttivi, ma la digestione, come probabilmente sapete, dovrebbe avere un tempo definito e avvenire solo quando possiamo stare tranquilli, in caso contrario è una sorta di forzatura. Se mangiare un po’ di corsa perché siamo stressati avviene solo episodicamente, allora nessun problema.
Ma se, come frequentemente succede alle nostre latitudini, il “di corsa” assume i caratteri dell’abitudine potremmo andare incontro a qualche antipatico fastidio.

Per digerire bene dovremmo quindi garantire uno spazio di serenità all’organismo, cosa assai difficile mediamente. Quando chiedo ad Annalisa se in vacanza digerisce bene lei si ferma un secondo ci pensa e mi dice che sì, è vero, in vacanza non ha mai problemi digestivi.

LA ZEBRA CHE FUGGE DAL LEONE – PT.1 –

Quando mi capita di organizzare un corso, un webinar, una serata culturale su temi a me cari l’esempio della zebra che fugge dal leone torna sempre di grande utilità.
Perché un animale che fugge mette in atto tutta una serie di aggiustamenti ormonali e metabolici che perfettamente ci spiegano come ci “conciamo” quando stiamo fuggendo da un pericolo. E come ho già detto in varie altre sedi il leone o, meglio, “i” leoni da cui tutti fuggiamo possono assumere varie forme e aspetti.

Una moglie troppo aggressiva perché non si sente compresa potrebbe essere il leone di un marito troppo remissivo e viceversa un uomo che chiede troppo alla propria compagna o che non è mai soddisfatto potrebbe a sua volta essere il leone che insegue.
Anche i figli potrebbero rappresentare dei leoncini, qualche mamma chiama “le belve” i propri figli e non perché non vuole loro bene ma perché davvero i bambini spesso ti sfiniscono con la loro energia o le loro richieste.
Anche sul lavoro potremmo dover scappare da qualcuno o da qualche impegno troppo gravoso.
E sono anche convinto che, per chi abita nelle città medio grandi anche il traffico e le tangenziali possano essere elementi da cui verrebbe voglia di fuggire…tanti leoni che ci inseguono.

Una vita che assomiglia sempre più a una savana, nella quale dobbiamo sempre correre. E quando corri nella savana ci sono tante cose che avvengono nel tuo corpo, tanti aggiustamenti che messi insieme creano una vera e propria sindrome da stress. E poi diciamo “che fatica”…ma dai, sempre di corsa, come puoi mai sentirti se non stanco.

NON SONO STRESSATA/O MA…

Molte persone davvero non riescono a riconoscere i loro livello di coinvolgimento all’interno di una determinata situazione di vita. Provate a camminare normalmente al fianco di uno che è sempre abituato a correre: lui o lei vi diranno che per loro quello è camminare, non conoscono altre realtà e quindi può essere complesso fermarli e farli ragionare sulla velocità con cui si spostano o si muovono.

Per carità, non si deve essere plantigradi, quei minuscoli animaletti che si muovono con esasperante lentezza, si deve trovare la giusta misura. Adriano, ad esempio, sostiene di non essere stressato e in effetti se lo guardate superficialmente sembra proprio così. Ma, a una più attenta osservazione, possiamo notare che è sottoposto anche lui come tutti a carichi pesanti di vita: nel ragionamento scopriamo che talvolta quando rientra a casa è assalito da un senso di nausea, come se avesse un leggero peso sullo stomaco. Preoccupato, recentemente ha fatto degli esami anche approfonditi e per fortuna pare sia sano come un pesce.

Arriviamo a scoprire le vere motivazioni del suo comportamento e capiamo che questi attacchi di nausea, che talvolta lo portano a scaricarsi con una frequenza eccessiva, hanno una ragione più profonda.
Adriano il tranquillone, soffre di una situazione nell’ambito lavorativo che non gli consente un accettabile grado di serenità. Non lo ammette ma lui è un sensibile, e anche piuttosto emotivo, e troppo frequentemente si nasconde dietro un apparente velo di tranquillità o di indifferenza.

La sua vita è tutta un “ma lascia perdere” e dovete vedere la sua compagna come si indispettisce quando lui cerca di tranquillizzarla e lei glielo spiega dicendo che è controproducente che lui cerchi sempre di minimizzare, ma non c’è verso: davvero sembra che lui non voglia o non riesca a capire.

IMPARARE A DIRE DI NO

Ma certo, spesso siamo eccessivamente accondiscendenti e diventiamo “Yes man” o “Yes woman” quindi sempre inclini ad accettare, ci facciamo troppo coinvolgere.
L’amico/a carissimo/a ci chiede con grande passionalità di fare una cosa per lui/lei, una cosa che proprio non ci va in quel momento, ci ha preso in contropiede e si fa una gran fatica a dire di no.
Allora per non dare dispiacere, facciamo quella cosa che ci è stata richiesta, controvoglia, e poi diventiamo come la famosa “pentola di fagioli” e cioè continuiamo a borbottare frasi tipo “è l’ultima volta che ci casco” “possibile che lui o lei non capiscano che questa cosa non mi andava?”.
Meglio un bel no secco e convinto, ma assolutamente non aggressivo, magari corredato da una spiegazione logica ed esaustiva.
Solo che un bel “no” per molte persone è un optional: i motivi per cui fatichiamo a dire no a certe situazioni sono davvero molteplici.
Tiriamo in ballo l’educazione, i vincoli genitoriali, il buon vivere, non ci piace vedere l’espressione stupita e delusa dell’amico/a cui abbiamo rifiutato l’aiuto e davvero non è cosa.
Corretto, dobbiamo essere partecipi e solidali, quando si può una mano va data. Sì, ma solo se è davvero importante utile o gratificante, altrimenti è meglio un gentile “non mi va, non è nelle mie corde”. Mi raccomando però di non prenderci troppo gusto al contrario: non dobbiamo trasformarci in “No man” o “No woman” altrimenti diventa la fiera dei “no” e allora si esagera dall’altra parte.
In medio stat virtus dicevano i latini.